La fabbrica dei preti

Cercasi sostituto

Una parabola semiseria nata dalla visione dello spettacolo di Giuliana Musso La fabbrica dei preti con le illustrazioni di Attilio Palumbo

Tommy era un bambino di 8 anni che viveva in un seminario nel nord dell’Italia. Studiava, leggeva e pregava “Amen Amen Amen” moltissimo per diventare prete, musulmano, ortodosso o chi lo sa…Insomma, un bel miscuglio! La sua vita in collegio trascorreva in modo movimentato e vivace, aveva molti amici e si dedicava a tante attività. Un bel giorno Tommy ricevette una lettera papale. Tommy non stava più nella pelle, il Papa in persona scriveva a un bambino! Chissà che voleva? Boh? Quando aprì la lettera esclamò “Uau!” Il Papa gli stava confidando di essere ormai diventato un po’ vecchio e acciacatello e di non farcela più a lavorare da solo, tanto che stava pensando di lasciare il suo mandato per andare in pensione. C’era bisogno di un aiutante o meglio di un vero e proprio sostituto, di un giovane e bravo prete nuovo. “Per cominciare dovresti riempire un bello zaino grande”- scriveva il Papa- “e andare in Sud America o in India a curare i lebbrosi, gli storpi, la peste, i bambini poveri o in difficoltà e chi più ne ha più ne metta”.

Così, messi via i vestiti e la sua roba con il beautycase e lo spazzolino elettronico nella valigia grande, Tommy prese il treno per andare a Rio de Janeiro, in Brasile. Dormi e sveglia, dopo dieci giorni di viaggio in cuccetta Tommy scelse di cambiare mezzo di trasposto e decise di scendere dal treno per prendere il traghetto. All’areo il bambino non aveva neanche pensato perché era un avventuriero e sceglieva sembra la via più difficile anche per raggiungere cose semplici. Così, sul traghetto, in cabina, un giorno Tommy sentì improvvisamente il suono di un campanello “Din-Don”, che sembrava una delle campane che il futuro pretino era abituato a sentire in chiesa. Il suono risuonò forte. Subito arrivò un signore grande e grosso, un vero e proprio marcantonio d’uomo che chiese a Tommy: “Hai chiamato?”. Già, proprio come il Lerch della famiglia Addams!

Tommy a quel punto ne approfittò e gli disse. “Mi faresti un piacere? Mi puoi aiutare a mettere sopra sul portabagagli la mia valigia che è molto pesante?”

Lerch, che era un vero e proprio armadio, mise subito a posto la valigia sul portapacchi e si fermò a riposare insieme a Tommy.

Ci misero giorni e giorni ad arrivare a destinazione, giorni che i due trascorsero chiacchierando, giocando a carte, a briscola e a tressette per non annoiarsi. Tommy era molto bravo perché al seminario ci giocava spesso e, se si può dire, era un vero e proprio asso di carte!

Passava il tempo finché un mattino il traghetto non si attraccò in un porto. A quel punto Tommy si accorse di non essere in Brasile ma a Mumbai, in India! A quel punto, con grande gioia, Tommy e Lerch, uscirono dal porto e presero un altro treno, più piccolo, per andare tutte e due a Calcutta, in collina, dove abitava Madre Teresa.

I due amici salirono per tortuosi cunicoli e saliscendi , per di qua e per di là, dopo un lungo viaggio e una lunga camminata arrivarono alla città di Calcutta in India.

Tommy e Lerch raggiunsero a piedi la collina e si trovarono improvvisamente di fronte a un convento con un portone enorme e di legno massiccio così fatto contro le intemperie, la pioggia e il vento.

Timidi e un po’ curiosi i due tirarono una corda all’ingiù per suonare il campanello che fece un rumore così forte che persino un sordo avrebbe potuto sentirlo.

A quel punto il portone si aprì, “Chi sei? – disse una voce di uomo. Quando lo vide Tommy pensò di essere di fronte a Luciano Pavarotti in persona, pronto pronto per l’opera…Era invece un prete indiano, che indossava una giacca grigia scura ricamata d’oro che faceva risaltare una lunga e bellissima barba nera.

Tommy rispose: “Sono il sostituto che stavate aspettando e sono arrivato fino a qui perché ho con me una busta papale. Non c’è più Madre Teresa?”

Il prete indiano scosse la testa e provò a sbirciare e poi aprì la lettera per vedere che cosa c’era scritto. Tommy non diceva bugie era in missione per conto del Papa, caspiterina!

L’indiano che somigliava a Pavarotti gli disse: “Miserere!”- esclamo- “Io sono un amico di vecchia data di Madre Teresa che ormai è andata in giro per altri mondi…anche per me, caro Tommy, è giunto il momento di ritirarmi, me ne torno dal mio gruppo, a Roma. Adesso tocca a te!”.

Tommy non capiva più se era lì per fare il prete o Indiana Jones con tanto di cappello e di frusta…

Lerch a quel punto fece un gran sorriso disse: “Beh, caro Tommy, credo il mio compito sia finito. Ora sei tu che ti devi dar da fare, grazie di tutto e del bel viaggio, spero che tu possa diventare un bravo prete! Io ora me ne torno a casa…”.

Tommy sapeva che Lerch era un po’ povero…Per questo mise la mano a terra e prese dalla giacca abbandonata dell’indiano, che se l’era data a gambe levate, un po’ d’oro e glielo regalò in cambio del tempo trascorso insieme.

Lerch, commosso, gli lasciò in dono una bella scatola con trenta mazzi di carte! Poi gli indicò alcuni bambini come lui tutti sporchi e molto magri che lì vicino guardavano fisso nel vuoto.

Tommy fece di sì con la testa e non ci pensò due volte.

E così, a Calcutta, sul nuovo bar della collina, con la sua scatola di carte, Tommy trascorse la sua missione con gli amici e le altre persone che era venuto a curare, giocando a rubamazzo, tre sette e a briscola, soprattutto la sera dopo il lavoro.

Perché è viaggiando, facendo fatica, giocando e prendendosi cura degli amici che uno diventa un bravo prete e, secondo me, pure una brava persona.

Ermanno Morico

Le riscoperte

La visione in TV del film di Pasolini, “Che cosa sono le nuvole”, aveva già suscitato in me bambino grande curiosità circa l’universo, a volte onirico, altre volte nostalgico, dei pupi siciliani.

Poco tempo dopo ho avuto la grande opportunità, in vacanza con i miei genitori, di recarmi in Sicilia. Come souvenir di quel viaggio, mi si offriva davanti agli occhi l’acquisto di un pupo siciliano tra svariati pupi.

I vari venditori pubblicizzavano ciascuno i propri prodotti, conferendo loro nomi leggendari, quali Orlando o Angelica o Ruggero e tanti altri nomi, per me, fiabeschi. Non ho però assistito a nessuno spettacolo teatrale in quella circostanza di villeggiatura, né pensavo potessero esisterne in grande o piccolo stile. Anche se bambino, mi rendevo conto di come quel mondo potesse appartenere solo ad un ambito ristretto di cultori, come tutto potesse essere stato incasellato in un passato remoto per farlo riemergere e darne testimonianza storica ai turisti curiosi, anche in forma di semplice cimelio ancestrale da conservare.

Invece tutto quel mondo, al contempo incantato e disincantato, esiste tuttora e rivive di fulgida potenza grazie all’opera di chi, come Mimmo Cuticchio, inscena periodicamente in tutta Italia, ed in particolare in Sicilia, rappresentazioni teatrali che hanno per l’appunto come protagoniste queste simpatiche “marionette” o meglio pupi!

“O a Palermo o all’inferno!” è il titolo dello spettacolo portato in tour per il “bel Paese” e che tratta dello sbarco dei Mille in Sicilia. Già il tema, in modo più che naturale ed istantaneo, finisce, volente o nolente, col rimuovere vecchie e recenti conoscenze storiche, apprese a scuola o alla TV o, ancor più radicate in ognuno, dettate dai giudizi preconcetti. Sul palco si alternavano in modo simultaneo l’attore Cuticchio con i vari personaggi della vicenda, interpretati dai pupi siciliani, la cui voce veniva loro prestata dallo stesso Cuticchio in presa diretta.

È stato bello scoprire, man mano che tutta la storia trovava una sua forma compiuta, le diverse tecniche di recitazione utilizzate. Il dialetto siciliano stretto, parlato per quasi tutta l’opera ed in contrasto con quello torinese, aveva un valore ambivalente molto efficace. Infatti da un lato riusciva a catapultare il pubblico in un contesto più reale e genuino, attualizzando quasi tutto ciò che di nostro è stato un tempo, dall’altro evidenziava tutte le differenze culturali e sociali di un’Italia ancora embrionale, ma già presente solamente negli ideali di Patria Unita.

Ad intervallare le diverse scene teatrali degli eventi è il “cuntu”, narrazione, questa volta in versi riassuntivi, di gesta e vicende delle battaglie susseguite nel corso di un decennio e oltre. L’errore di citazione commesso per un attimo di distrazione, forse studiato quindi voluto o forse casuale chissà, conferendo il nome di Francesco re Delle Due Sicilie a quello di Vittorio Emanuele re del nuovo Regno d’Italia, finiva col dare una forte connotazione di improvvisazione allo spettacolo.

Non se ne poteva che rimanere stupiti e meravigliati. I confini ristretti del teatro, con i suoi canoni classici di recitazione e movenze, si allargavano al più ampio ambito di una “agorà”, intesa come luogo di incontro casuale per ascoltare cose inaspettate ma non per questo prive di interesse e conoscenza preziosa da trasmettere. Il “cuntu”, infatti, ha le sue radici più profonde e salde nella tradizione culturale dei cantastorie, cuntastorie, di piazza. Sorprendenti sono state le movenze del braccio, con spada impugnata bene in mano, e il ritmo di scansione delle parole pronunciate come in un canto sincopato. Ad accompagnare tale scansione della voce era il battere sincrono del piede sul pavimento del palco, a voler conferire maggiore forza ed enfasi a quanto già di importante veniva espresso. La spada, poi, indirizzata con la punta verso il pubblico, sembrava idealmente creare un largo solco dove andavano ad incunearsi le frasi, le parole, i gesti del “cantastorie”. Ciascuno nel pubblico poteva così partecipare da spettatore attivo, sentendosi tirato direttamente in causa a darsi delle risposte su quanto accaduto un tempo, in relazione a quello che viviamo oggi e rispetto a tutto ciò che l’opera teatrale offriva, in termini di conoscenza storica e sociale di due Paesi (Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie, Nord e Sud Italia) che tentavano di unificarsi ma che, per la loro discrepanza culturale, hanno finito anche col differenziarsi e prevaricarsi.

Infatti oggi, questo stesso spettacolo teatrale, con tutti i suoi medesimi personaggi, parlerebbe forse della incompiutezza di una unità economico-sociale (gli storici parlerebbero di “modernizzazione”) di un paese che con forza e coraggio, quindi con sofferenza e, a volte, con intolleranza, sta ricercando le proprie radici comuni per superare i naturali ostacoli che una “avventura” di tale portata comporta.

                                                                                                                    Mario Fulgaro