Le riscoperte

La visione in TV del film di Pasolini, “Che cosa sono le nuvole”, aveva già suscitato in me bambino grande curiosità circa l’universo, a volte onirico, altre volte nostalgico, dei pupi siciliani.

Poco tempo dopo ho avuto la grande opportunità, in vacanza con i miei genitori, di recarmi in Sicilia. Come souvenir di quel viaggio, mi si offriva davanti agli occhi l’acquisto di un pupo siciliano tra svariati pupi.

I vari venditori pubblicizzavano ciascuno i propri prodotti, conferendo loro nomi leggendari, quali Orlando o Angelica o Ruggero e tanti altri nomi, per me, fiabeschi. Non ho però assistito a nessuno spettacolo teatrale in quella circostanza di villeggiatura, né pensavo potessero esisterne in grande o piccolo stile. Anche se bambino, mi rendevo conto di come quel mondo potesse appartenere solo ad un ambito ristretto di cultori, come tutto potesse essere stato incasellato in un passato remoto per farlo riemergere e darne testimonianza storica ai turisti curiosi, anche in forma di semplice cimelio ancestrale da conservare.

Invece tutto quel mondo, al contempo incantato e disincantato, esiste tuttora e rivive di fulgida potenza grazie all’opera di chi, come Mimmo Cuticchio, inscena periodicamente in tutta Italia, ed in particolare in Sicilia, rappresentazioni teatrali che hanno per l’appunto come protagoniste queste simpatiche “marionette” o meglio pupi!

“O a Palermo o all’inferno!” è il titolo dello spettacolo portato in tour per il “bel Paese” e che tratta dello sbarco dei Mille in Sicilia. Già il tema, in modo più che naturale ed istantaneo, finisce, volente o nolente, col rimuovere vecchie e recenti conoscenze storiche, apprese a scuola o alla TV o, ancor più radicate in ognuno, dettate dai giudizi preconcetti. Sul palco si alternavano in modo simultaneo l’attore Cuticchio con i vari personaggi della vicenda, interpretati dai pupi siciliani, la cui voce veniva loro prestata dallo stesso Cuticchio in presa diretta.

È stato bello scoprire, man mano che tutta la storia trovava una sua forma compiuta, le diverse tecniche di recitazione utilizzate. Il dialetto siciliano stretto, parlato per quasi tutta l’opera ed in contrasto con quello torinese, aveva un valore ambivalente molto efficace. Infatti da un lato riusciva a catapultare il pubblico in un contesto più reale e genuino, attualizzando quasi tutto ciò che di nostro è stato un tempo, dall’altro evidenziava tutte le differenze culturali e sociali di un’Italia ancora embrionale, ma già presente solamente negli ideali di Patria Unita.

Ad intervallare le diverse scene teatrali degli eventi è il “cuntu”, narrazione, questa volta in versi riassuntivi, di gesta e vicende delle battaglie susseguite nel corso di un decennio e oltre. L’errore di citazione commesso per un attimo di distrazione, forse studiato quindi voluto o forse casuale chissà, conferendo il nome di Francesco re Delle Due Sicilie a quello di Vittorio Emanuele re del nuovo Regno d’Italia, finiva col dare una forte connotazione di improvvisazione allo spettacolo.

Non se ne poteva che rimanere stupiti e meravigliati. I confini ristretti del teatro, con i suoi canoni classici di recitazione e movenze, si allargavano al più ampio ambito di una “agorà”, intesa come luogo di incontro casuale per ascoltare cose inaspettate ma non per questo prive di interesse e conoscenza preziosa da trasmettere. Il “cuntu”, infatti, ha le sue radici più profonde e salde nella tradizione culturale dei cantastorie, cuntastorie, di piazza. Sorprendenti sono state le movenze del braccio, con spada impugnata bene in mano, e il ritmo di scansione delle parole pronunciate come in un canto sincopato. Ad accompagnare tale scansione della voce era il battere sincrono del piede sul pavimento del palco, a voler conferire maggiore forza ed enfasi a quanto già di importante veniva espresso. La spada, poi, indirizzata con la punta verso il pubblico, sembrava idealmente creare un largo solco dove andavano ad incunearsi le frasi, le parole, i gesti del “cantastorie”. Ciascuno nel pubblico poteva così partecipare da spettatore attivo, sentendosi tirato direttamente in causa a darsi delle risposte su quanto accaduto un tempo, in relazione a quello che viviamo oggi e rispetto a tutto ciò che l’opera teatrale offriva, in termini di conoscenza storica e sociale di due Paesi (Regno di Sardegna e Regno delle due Sicilie, Nord e Sud Italia) che tentavano di unificarsi ma che, per la loro discrepanza culturale, hanno finito anche col differenziarsi e prevaricarsi.

Infatti oggi, questo stesso spettacolo teatrale, con tutti i suoi medesimi personaggi, parlerebbe forse della incompiutezza di una unità economico-sociale (gli storici parlerebbero di “modernizzazione”) di un paese che con forza e coraggio, quindi con sofferenza e, a volte, con intolleranza, sta ricercando le proprie radici comuni per superare i naturali ostacoli che una “avventura” di tale portata comporta.

                                                                                                                    Mario Fulgaro

Perché il mondo sappia. Tiergartenstrasse 4. Un giardino per Ofelia

T4Ci eravamo ripromessi che con voi non avremmo mai parlato di disabilità. Che ci avrebbero pensato gli spettacoli e il teatro a darci parole nuove per raccontare e discutere un presente che non sempre riusciamo ad afferrare come vorremmo.

Eppure eccoci qui, a scalpitare, ancora una volta nella sala dell'ITC. "Dite che siamo in ritardo?" , "Ma come, tu avevi detto che saresti…", "No, no, eri tu che avevi detto che…", "Qualcuno vuole una caramella?", "Spegni il cellulare", " Guarda, ho le scarpe nuove ", "Chi manca?"…"Gertrud Danischer. Amburgo, 27 maggio 1905."  E ecco che la Storia comincia. Semplice, pulita, di buona fattura.

Tiergartenstrasse 4- Un giardino per Ofelia funziona così, ti inchioda nel buio alla prima battuta, si fa silenzio e non c'è nemmeno bisogno di dirlo.

Storico spettacolo del Teatro dell'Argine, T4, ha superato in dieci anni  la centesima replica, raccontandoci la storia feroce e al contempo dolcissima di un'amicizia imprevista, quella di una giovane disabile, Ofelia (Micaela Casalboni), e di un'infermiera nazista, Gertrud (Paola Roscioli), assoldata dal Regime all'interno dell'omonimo "Programma T4", il cosiddetto Olocausto minore, che ha portato allo sterminio di oltre 200 mila disabili. Una vero e proprio congegno votato all'eliminazione, teso all'applicazione ossessiva di una precisa derivazione: diversità >anomalia>errore.

A farci testimoni di questo spettacolo noi ci siamo commossi, o meglio, ci siamo messi tutti a piangere. Vergogna? Pietismo? Immedesimazione? Retorica? Verrebbe spontaneo rispondere con un bel chissenefrega…Quando lo spettacolo non è che sé stesso, quando l'emozione esiste e sei di fronte a uno splendido lavoro.

"Per me fare teatro- scrive il drammaturgo e regista Pietro Floridia- consiste essenzialmente in due azioni: conoscere e inventare. Prima si tratta di conoscere una materia. Quindi si tratta di inventare le forme con cui tentare di trasformare ciò che di questa materia mi ha colpito in buon teatro".

Noi, un po' strani, proviamo a farlo ogni giorno con l'immagine dei nostri corpi, mettendoci in relazione con chi non ci conosce con l'imprevisto, conducendo una vita qualsiasi o rendendo scomoda la nostra presenza laddove non siamo attesi.

Anche per noi, caro Pietro, i copioni si scrivono a bordo del palco, così come la Storia di cui con Paola e Micaela, Gertrud e Ofelia, questa sera ci parli.

E ora qualche disegno, una poesia, dei girasoli, una lettera per un finale aperto. Perché il mondo sappia che i fatti maturano lentamente, nei luoghi, nei tempi e nelle volontà di chi li osserva, perché attrazione e repulsione a volte sono la stessa cosa, perché l'accorgimento meccanico lasci il posto alla seduzione.