Una tragedia electro-rock

Questa è la prima volta che incontriamo il teatro greco ed è anche la prima volta che proviamo a parlarne. Non è stato affatto facile perché Antigone. Una strategia del rito della compagnia Le Belle Bandiere, che abbiamo visto al Teatro Testoni di Casalecchio di Reno, ci ha offerto tantissimi spunti.

Davvero troppe le cose da dire e su cui ragionare…il mito, la giustizia, il rapporto tra potere politico e cittadino, la struttura del teatro classico, la tragedia, il coro…e, soprattutto, Antigone in giacca di pelle, ce lo saremmo mai aspettato? Insomma, che fare?

In questi casi, di solito, la cosa migliore è chiedere aiuto ai poeti. Tra di loro ce n'è stato uno di nome Giorgio Manganelli, che  ci ha insegnato che agli eroi si possono sempre fare domande, non importa se vivi o no, se reali o di fantasia.

E così abbiamo fatto, chiedendo ad Antigone di dirci la sua. Un' intervista impossibile, grazie a cui abbiamo ripercorso e giocato con le suggestioni della tragedia sofoclea  di pari passo con quelle dello spettacolo.

Finché non sono arrivate le luci, le danze, l'elettronica e il rock…e allora chi di noi si era portato alla prima l'albero genealogico di Antigone l'ha finalmente buttato per terra, chi di solito è composto ha continuato a saltare sulla  sedia tanto sentiva le emozioni in scena cambiare veloci e chi, che quella sera ha dimenticato a casa gli occhiali, ancora ringrazia…

A voi scoprire perchè, a noi, alla fine, un piccolo saluto a Maurizio Viani e ai suoi incatesimi.

Intervista impossibile con Antigone

Essere completamente liberi e allo stesso tempo completamente dominati dalla legge è l'eterno paradosso della vita umana.
Oscar Wilde

Antigone, chi sei?
Accidenti, certo che cominciate con una domanda difficile…la mia storia è lunghissima! Ad ogni modo proverò a essere sintetica. Sono nata dal mito greco e molte storie furono narrate sulla mia origine e sul mio conto. Tra le mie vite quella più famosa risale all'incirca al 442 a.c, quando il drammaturgo Sofocle decise di rimettere mano alla mia vicenda e di metterla in scena a teatro di fronte ai cittadini di Atene. Per quanto riguarda il mio albero genealogico è ancora più complicato: sono nata dall'unione incestuosa tra Edipo, re di Tebe, e la di lui madre Giocasta. Ho una sorella, Ismene, e due fratelli, Eteocle e Polinice. Ho accompagnato mio padre cieco a Colono, là dove, secondo l'oracolo, doveva morire. Poi ci fu una guerra, chiamata “I Sette contro Tebe”, in cui i miei fratelli, che volevano entrambi regnare sulla città di Tebe si uccisero a vicenda, così come mio padre aveva predetto. Ed è qui che comincia la mia tragica avventura.

Di che cosa ci parla la tua storia?
Quando i miei fratelli morirono fu mio zio Creonte ad assumere il potere. Il suo era una specie di “governo tecnico” tanto per capirci. Dal momento che era stato Polinice ad attaccare la città, a differenza di Eteocle era rimasto insepolto. Un monito, un modo per rendere giustizia alla collettività secondo mio zio, per me la più crudele delle empietà. Per questo motivo sottrassi il corpo di mio fratello e, contravvenendo le leggi cittadine, gli diedi degna sepoltura. Creonte mi condannò a essere rinchiusa per sempre in una caverna, dove io mi impiccai. Con me si uccise il mio promesso sposo Emone, figlio di Creonte, che mi amava moltissimo. Nessuno dei miei contemporanei, di fronte a quanto accadde, seppe sul serio da che parte stare.
Come vedete la mia storia ci pone delle domande e ci svela delle contraddizioni su alcune tematiche ancora attuali come la giustizia e il rapporto dell'uomo con il divino, quindi con una dimensione più universalistica e consolatoria dell'agire umano. Infatti, là dove non si ha un'adeguata sintonia tra il sentire personale e quello più collettivo circa i molteplici aspetti del vivere umano, si tende a demandare ad una sfera soprannaturale e onnisciente che ci guida e che dovrebbe essere in grado di appianare ogni torto, per restituire giustizia all'ordine umano.

Il tuo è solo un problema religioso?
Io parto interrogando me stessa a cominciare da quello che è il mio credo, in cui il giusto e il sacro coincidono e facendolo finisco con l'interrogare le coscienze altrui. La mia è prima di tutto una questione personale e nel portarla avanti mi faccio forza anche degli ammonimenti dell’indovino cieco Tiresia, una sorta di oracolo divino vivente, che con me, come intuì anche il filosofo Hegel, si fa portavoce della cosiddetta legge naturale, quella della famiglia e dei legami di sangue, una legge più antica che si fa con i fatti e che per me è molto più importante di quella scritta.
Alcuni di voi hanno riletto la mia storia legandola al concetto di saggezza umana e a quello di buon senso. Mi fa un po' sorridere…io sono tutto tranne che saggia! Soprattutto agli occhi di Creonte, sono una povera pazza che ormai ha fatto il suo tempo. La mia storia infatti racconta di fatto una delicata fase di passaggio per i cittadini ateniesi, che venivano a vedermi sulla scena, tra il concetto di giustizia legata agli dei e alla stirpe, e quella democratica, positiva, tutta degli uomini. Sono due giustizie diverse. Il problema è capire dove inizia l'una e dove finisce l'altra.
Parlare di me e di collettività ci ha poi portato a parlare di giustizia da un punto di vista laico, su cui poi, voi che siete venuti dopo di me, vi siete interrogati e ci avete proiettato la contrapposizione tra re e suddito, potere politico e potere cittadino….
 
 
Come hai lavorato in questo senso con la compagnia Le Belle Bandiere? Ti sei trovata a tuo agio?
Con Elena Bucci (Antigone), Marco Sgrosso (Creonte) e con il resto della compagnia abbiamo lavorato soprattutto su due questioni che ci sono care: le sfaccettature e le contraddizioni della natura umana e il concetto di utopia. Per fare questo ci siamo aiutati un po' con il testo di Sofocle, che come tutti i Greci di esseri umani si intendeva parecchio, e con quelli di due grandi drammaturghi del '900, uno francese, Jean Anouilh e uno tedesco, Bertolt Brecht, che nel corso della loro vita hanno sempre cercato di riflettere sulle azioni degli individui per leggere meglio il proprio tempo politico e soprattutto per cercare di cambiarlo. Brecht, infatti, diceva sempre che “senz'arte non possiamo realizzare la nostra rappresentazione della convivenza umana. Di queste libere, creative, fantasiose capacità abbiamo bisogno, di questo condensare, alleggerire, cogliere il nocciolo del problema”. Una frase che adoro. È chiaro che, con questi presupposti, non potevo che sentirmi perfettamente a mio agio! E poi c'è stato tutto il lavoro sull'attore…Elena ha fatto di me una giovane dall'aria forte e coraggiosa, con una giacca di pelle molto rock. Di Marco, invece, ho apprezzato molto la capacità di fare di mio zio un uomo tutto d'un pezzo che però di fronte alla perdita del figlio si rivela un ragazzino fragile come tutti quanti noi…

C'è un altro personaggio di cui ci stiamo dimenticando…Qual'è in questo spettacolo il ruolo del coro?
Così come nel testo originale anche qui il coro commenta e supporta la mia vicenda.
Mentre io avevo quest'aria rock, avrete notato che i membri del coro indossavano invece dei costumi che ricordavano quelli dei popolani del '900. Un contrasto interessante, che ci ricorda come il coro sia di fatto la voce del popolo, anche quella più vicina a noi, e ci insegna a ragionare come collettività e quindi come società su quello che accade, a prendercene la responsabilità e a imparare a guardare al futuro per non commettere gli stessi errori e trovare nuove soluzioni. Infatti, se ci pensiamo, la democrazia è proprio il governo del popolo.
E poi in questo coro ci sono le maschere…un omaggio al mio teatro, un modo per uniformarsi, per nascondersi e cambiare identità o forse per rivelarci qualcosa di più.
 
Che cosa si prova a essere ancora definita un'eroina?
Certamente è lusinghiero ma non me ne vanto. Come sempre a me più che le parole interessano i risultati e oggi a dire il vero non ne vedo molti, non mi sembra cioè che guardando come siete messi in termini di etica e giustizia che il mio sacrificio abbia portato a gran che…
Avete fatto di me un'eroina perché prima avete fatto di me una vittima sacrificale, un capro espiatorio da immolare in nome di una fittizia coerenza di stato e orgoglio, perché ho saputo scavare nel mio animo per cercare e trovare dei punti di contatto solidali con il sentire comune, al fine di modificare e arricchire le norme, le leggi in vigore, nel nome di un'utopia, di una giustizia superiore che però parte dal basso.
Panta rei, tutto scorre, esclamava il filosofo Eraclito, un noto contemporaneo del mio drammaturgo, sostenendo che non si può discendere due volte per lo stesso fiume. Panta rei? No, a quanto ho visto e vedo nella storia tutto si ripete. L'elemento del capro espiatorio è rintracciabile in tutti i sistemi di potere.
Nei regimi totalitari, in particolare, è necessaria la costruzione di un nemico comune da additare come il colpevole per eccellenza, pensiamo alla Shoah nel Nazismo o al concetto staliniano di “nemico del popolo” come ci ha fatto capire anche tanti dei vostri antropologi e filosofi come René Girard e Hannah Arendt. Ma, cari miei, non solo nei regimi totalitari funziona così. Anche al giorno d'oggi la politica populista si costruisce nemici immaginari per aumentare timori e consensi.
Gli zingari di Sarkozy, i comunisti di Berlusconi, i terroni e gli immigrati della Lega tanto per fare degli esempi…
Solo quando (e se) in un nuovo ordine politico scompariranno questi nemici immaginari forse non discenderemo più l'acqua dello stesso fiume. E allora panta rei, finalmente. Luca Cenci, Mario Fulgaro, Tatiana Vitali

Signore e signori, si raccomanda di togliere gli occhiali…

Nonostante questa sera abbia dimenticato a casa gli occhiali, la vivace danza di globi luminosi e suoni su sfondo nero che hanno accompagnato la tragedia di Antigone della compagnia Le Belle Bandiere, mi ha completamente incantato. Anzi, vi dirò di più: proprio grazie a questa mia sbadataggine, mentre mi abbandonavo al flusso dello spettacolo, sono stato raggiunto da tante piccole scariche elettriche luminose e posso dire d’aver assistito a uno scenario unico, irripetibile, che non ho paura di chiamare “fantastico”. Quelle scariche non erano altro che le mie emozioni che passavano attraverso la voce e il corpo di un certo genere di fantasmi, gli attori, e che improvvisamente mi sono arrivate dritte dritte allo stomaco senza chiedermi tanti perché.
La storia di Antigone è una storia difficile, anche se partita in fondo da un desiderio semplice, quello cioè di una sorella di seppellire il proprio fratello, di cui se non ho afferrato tutti i dettagli conservo però ancora l'odore e soprattutto la musica…che, beh, a tratti era proprio rock! Non avrei immaginato che in una tragedia ambientata nell'antica Grecia avrei potuto scovare i Dream Theatre e della musica elettronica e invece è andata finire che, nonostante la serietà del dramma, mi sono persino divertito…
Il giorno dopo una mia collega mi ha raccontato che al Teatro Arena del Sole di Bologna c'è un uomo che da anni va a vedere quasi tutti gli spettacoli in stagione e che quest'uomo è completamente cieco…beh, non stento a crederlo!
Ho apprezzato tantissimo l’ambivalenza, già insita nel dramma, di momenti sonori dolci e delicati alternati a momenti quasi frenetici, evidenziandola nei recitativi e là dove il ritmo narrativo faceva prender velocità a tutta la performance. Si adattava perfettamente al mio pensiero del momento e alla mia partecipazione nei confronti dei personaggi…sembrava che tutto fosse fatto appositamente per me, Mattias, e sentivo che anche per gli altri spettatori che mi erano seduti accanto era lo stesso…come ho fatto a capirlo non lo so, lo sentivo e basta. Sarà perché non portavo gli occhiali che sono diventato così sensibile e attento? Chissà…Una cosa però è certa: io a teatro gli occhiali non li metto più. Mattias Fregni

L’uomo che disegnava la luce del nulla. Breve omaggio a Maurizio Viani

C'era una volta un uomo di nome Maurizio che sapeva disegnare la luce del nulla.
Accadde per la prima volta all'inizio degli anni '80 quando si trovò a dover esaudire il desiderio di un amico, un uomo di nome Leo De Berardinis, non un saggio, non un mago, non un eroe ma un regista che a teatro si dice sapesse dare vita a dei sogni.
In quel momento il grande Leo stava lavorando con la sua compagnia alla tragedia di Shakespeare Amleto e disse a Maurizio, che lì, proprio accanto a lui, su quel palco e in quel preciso momento aveva assolutamente bisogno della luce del nulla e che se entro breve tempo non gliela avesse procurata non avrebbe più potuto andare avanti con il suo sogno. Maurizio non avrebbe deluso Leo per niente al mondo, tanto la pensavano allo stesso modo sui sogni e su un sacco di altre cose.
E così fece. Fece la luce del nulla, che è una luce così bella che la può raccontare solo chi l'ha vista.
Maurizio aveva dei lunghi baffi e la barba. Alcuni sostengono che fosse lo spettro di un anarchico di fine ottocento, capitato da noi negli anni '80 e '90 un po' per caso.
Maurizio era un uomo timido, anche se era nato a Reggio Emilia, che, si sa, è una città che proprio tanto riservata non è. Lui invece era un tipo silenzioso che però quando aveva per le mani i colori della luce e le lattine di birra se ne fregava di tutto e di tutti e cominciava a scrivere delle poesie sul corpo degli attori che sembravano delle grida fortissime. Quelle grida si imprimevano negli occhi di chi le ascoltava e non se andavano più, perché Maurizio era un poeta che, ogni sera, inventava per sé e per gli altri nuovi spazi di libertà.
Lo ha fatto per l'ultima volta qui, nella nostra Antigone de Le Belle Bandiere, dove subito ci siamo accorti che rispetto agli spettacoli che avevamo visto c'era qualcosa di nettamente diverso…quelle luci…ci rimbombano ancora nella testa…così scure eppure così perfette, una cosa sola con la voce, il gesto e lo spazio, venute chissà…forse da un oltre che non conosciamo, ad indicare quella ferita rossa sul fondale, che ci canta di Antigone, che si burla di noi.
 
Grazie Maurizio,
avremmo voluto continuare ad ascoltare le tue poesie. La redazione